A CACCIA DI SEGNI, SIMBOLI, PAROLE
A caccia di segni, simboli, parole nell’arcano mondo medioevale seguendo un trattato ad hoc: il “De Arte Venandi cum avibus” di Federico II.
Spinto da una curiosità, divenuta accanimento filologico, Vito Matera ha ripercorso pagina dopo pagina il libro imperiale, traendone spunti per una rivisitazione fantastica. Le sue tavole hanno l’aspetto di epigrafi, ma non sono collocate nei blocchi murari di castelli e chiese, bensì lette su leggii, come spartiti musicali. A suoni arcaici rimandano le tavole, in cui lettere come note, attraversano la superficie del foglio distendendosi lungo variabili traiettorie, disegnate dal volo di aironi, falchi, colombi, scelti tra le 500 specie riprodotte nel Trattato di Falconeria di Federico II. L’occhio avanza da sinistra verso destra, lungo una linea ondulata, si avvolge in condotti spiralici, sale e scende e ritorna indietro. Si ferma sul margine del foglio, inseguendo oltre il margine le scritte. “In contemplando seu in sciendo; divertere possunt et cedere in volando” come l’eco di cinguettii ammonitori, brandelli di parole, fuoriusciti dal “De Arte venandi” diffondono il verbo dell’Imperatore.
L’ordine della lettura tipografica cede al disordine creativo della composizione, che incoraggia uno sguardo colorato d’emozioni e passionalità. Il gioco delle analogie e dei rimandi guida l’artista nel suo vagabondaggio poetico, alla ricerca di parole, frasi e immagini che divengono spunto per le sequenze di un nuovo racconto, ispirato dall’ arte della caccia.
Ben lontane dagli odierni incubi ecologici, le pratiche venatorie raccontate da Federico consentono di seguire passo dopo passo i falconieri, cui subentrano (nel 2° vol.) abili addestratori di uccelli. Non volendo descrivere “Le cose che sono come sono”, Vito Matera ripropone tracce di un mito, che è favola, leggenda e storia. Non il contenuto del libro lo ispira, ma il mistero da cui è avvolto. Trafugato, espugnato, scomparso, ritrascritto il manoscritto miniato del “ De Arte Venandi”, nella versione giunta a noi, è di incerta attribuzione : opera del padre o del figlio Manfredi?
Le molteplici illustrazioni ricche e preziose, che accompagnano il testo, aprono molti varchi. Ci s’immagina l’Imperatore circondato da una corte di pittori, disegnatori e grafici . Si pensa ad una équipe editoriale - nello stile odierno- o alle qualità di un unico proteiforme autore: lo stesso Federico? L’artista che oggi si immerge in questo mondo misterioso lo fa con l’animo dell’antico amanuense che rivive suggestioni e atmosfere. La parola divenuta immagine raggiunge il massimo di espressività. Cambia colore, formato, dimensione, ritmo, spessore per suggerire viaggi sospesi tra reale e irreale, in spazi della memoria e dell’immaginario, luoghi concreti e tangibili come ben sanno coloro che si aggirano, ancora, tre le mura dei castelli federiciani. Lì, il pittore, ritrovando i ritmi del passato, diventa calligrafo e sospeso in un tempo rarefatto, dipinge le parole come pergamena. La lettura esige ritmi alternati. Allo sguardo sintetico segue l’analisi minuziosa dei particolari, in cui - come in un testo cifrato - sono racchiusi i segreti di questa scrittura. Nell’equilibrio compositivo delle pagine, la parola occupa uno spazio minimo, lasciando che il vuoto le dia le sembianze di un’apparizione. Galleggiando sul foglio, le righe di scrittura , ben oltre il significato esplicito, consentono di riannodare il bandolo di una matassa, il cui filo ricuce visioni, sogni, ricordi.
L’immaginario federiciano divenuto archetipo collettivo si ripresenta -oggi- in un nuovo racconto. L’eredità medioevale e quella contemporanea, dalle tavole parolibere futuriste alla scrittura verbo-visiva e al metalinguaggio degli artisti concettuali, è riattraversata da Vito Matera, con il tocco leggero di chi ha in animo - semplicemente- di raccontare una favola, sia pur con tutti gli onori del caso.
Anna D’Elia - dicembre 1994