INNO AD APATE  TIRITERA  PER  VITO MATERA

In cima all’Olimpo greco, più in alto di Zeus, si annida   Apate. Per lei Odisseo si finge Nessuno nel tugurio di Polifemo; per lei Zeus delira, perduto amante della noiosa Era. Il canto di Apate non è innocente come quello di Femio. E’ un seducente ed atroce canto del cigno. Apate cattura, Apate uccide: e chi si lascia catturare vivrà più a lungo, o gorgianamente, sarà più saggio di chi non si lascia catturare.  Apate è infatti una sirena e si nutre di mimesi. Sue ministre sono le Deiladi, che come dice l’arcaico ed arcano inno Ad Apollo “di  tutti gli uomini le voci e gli accenti sanno imitare. Ciascuno direbbe d’essere lui stesso a parlare. Così bene si  intona loro la bella “Aoidé”. Apate è quell’Elena, che girando tre volte intorno al cavallo di legno, chiamava per nome i più forti dei  Danai , “imitando la voce delle consorti di tutti gli Argivi”.
Apate – Elena – Poesia. Elena inganna con una droga, ma anche da ascoltare non solo da bere. Apate – Elena non fu però analfabeta. In casa di Priamo, “tesseva una tela grande,/ doppia, di porpora, e ricamava le molte prove/ che Teucri domatori di cavalli e Achei schinieri di bronzo/ subivan per lei, sotto la forza di Ares”. Un atelier di tele inaudite ed inebrianti quello di Elena, nel quale una pagina era ancora una tela.
Al corredo di Elena – Apate  appartiene anche la tela di Vito Matera, da sempre, da quando esordì nel ’75 con “Tonino e la mosca”, esordio seguito dalle “Allucinazioni concrete”, Bergamo ’79, tutte in cerca di luce. Perciò Matera ha percorso con naturalezza il complicato sentiero del fare arcaico. Tela dopo tela egli compone il suo inno ad Apate con la raffinatezza di un poietes d’altri tempi; con la gioia di scoprire nella tela il telaio, di avventurarsi nel labirinto poetico multiforme: “la via in su e in giù è una medesima” diceva Eraclito, il pioniere della prosa, così profondo e difficile, che per Socrate ci voleva un palombaro di Delo per giungervi al fondo, ma complicato già nel congegno poetico: un libro aperto, circolare, in cui “è comune l’inizio e la fine”, in cui i capitoli  tematicamente e formalmente erano concentrici, e con capitoli a spirale come quello sull’anima, per il quale, avvertiva Eraclito, “per quanto cercherai non riuscirai a trovarne i confini”. Anche l’inno di Matera è circolare, lo dice una tela eraclitea a due ganci, e con duplice lettura verticale. Ma al bivio sono un po’ tutte le figure di Matera. Le Deiladi bilingui mettono a nudo volti femminili dietro maschere plumbee, mentre l’Elena purpurea, in trionfo, scopre esterrefatta il suo eidolon nello specchio di Narciso e miniaturizza un paesaggio in bilico tra pugliese e miceneo. E “ Mousa mimusa”  resta  esangue a viso scoperto  e la sua vita sta sospesa alle zampe bisillabiche del sigillo alato.
Le figure di Matera non hanno braccia che per maschere e volti riflessi. Perciò impressionano le due interminabili braccia protese in un amplesso imminente dolcissimo come la Sigizia euripidea di Muse e Cariti nell’Eracle.
Ma la mimesi non è solo nel “farmaco” anestetico di Elena. Apate si annida anche nei panni virili di Odisseo. Matera è come Odisseo, dopo l’incontro con Nausicaa. L’aristia che egli racconta è una sola, la sua. E per cantarla, è assetato di ascolto, ascolta anche lui le Sirene, e ne resta sedotto. Ma non si slega, anzi distende i suoi nastri lucidi e flessuosi. E t’accorgi che non provi soltanto diletto, a sentirlo. Senti il contagio delle Sirene, patisci l’incontro di morte. Sai che alla fine vincerà Dioniso, che Apollo non perderà, o un attimo prima di sprofondare negli abissi di Lete, scopri per l’ennesima volta che Apollo e Dioniso non sono che due colori di Matera.

Francesco De Martino - marzo 1984