LA POESIA DELLA LUNA/DONNA/CAVALLO
Il binomio su cui si deve riflettere per questa rassegna di lavori di Vito Matera
(tanto distante dalla petrosa ed ispida murgia malinconica, tanto vicino ai territori
della più pura e limpida poesia) potrebbe essere – anzi è – inventato in grafica e colore.
Si respira così un’aria di trasfigurazione, per intenderci una trasfigurazione, come concetto e
risultato, che avrebbe fatto vibrare dolcemente Eliot e Kirchner, Sandro Penna ed Italo Calvino…
Le opere di Matera ruotanti intorno alla triade luna/donna/cavallo abbisognano di musica,
per esempio larghi da Phelleas et Melysende (solo per usare un suggerimento) e proprio perché da
tempo la musica è stata straniera (resa tale…) alle vicende della parola e del segno.
Quindi va bene identificare le possibili due diverse prospettive dell’arte di Vito Matera: lo slancio
irrefrenabile verso la libertà (che è diverso dallo slancio libero nell’ambito dell’anarchia) e la
ricerca meticolosa di un ordine possibile.
L’aspirazione alla libertà (del segno e per mezzo del segno) è una costante che trova nella celebrazione
dell’uso della linea/trasparenza la massima attuale espressione dell’artista. Direi quasi una “ricerca”
per risalire all’interno, là dove nasce misteriosamente la bellezza…, là dove sono labili i legami terrestri
(e non è un male che qualche volta viva una tale speranza). E non è un male pure che ogni tanto l’artista
si trovi a fare i conti con un’ispirazione dolce, diversa da quella cosiddetta “forza espressiva” che
rassomiglia più alla violenza che all’arte come morbidezza ed incanto.
Il cavallo sulle ruote, “scritto”, o inscenato nel quadro (nella pala del quadro) e libero a suo
piacimento in un perimetro sfuggente nel più interno, sposa l’ideologia della fascia che quasi vuol
rappresentare l’ordine estetico e lineare del racconto; non è il cavallo che fece urlare a Lacoonte
“timeo Danàos…”, non è un dono avvelenato: è invece poetica invenzione (o reinvenzione) del desiderio
non solo di vivere, ma di vivere nella signorilità serena del tratto esistenziale.
E la serenità Vito Matera la ritrova anche quando decide di scrivere nell’opera i simboli della civiltà
industriale, tralicci neri e fili, e cavi elettrici lungo le direttrici lineari del paesaggio sempre
collinare e perciò sempre ispirato e/o sognato.
La donna è raccontata con tutta la meticolosità che la narrazione merita: sperimentando così, nella
freschezza, e nella sorprendente intensità, l’intero registro dei colori, della linea libera ma pure
razionalmente compassata, della spontaneità che dissolve ogni forma data.
Come se la linea fosse subordinata a un ritmo sovrapersonale pur conservando nervose (ed anche) solenni
vibrazioni. Così la fantasia dell’artista si realizza appieno e, nel risultato, sui più svariati piani cromatici.
La luna di Vito Matera non è desunta da nessuna iconografia tradizionale meridionale: era “ora” che
il mondo girasse per altri versi e si narrasse con altre metodologie! Già il blu dei colli e del
paesaggio (come nato dall’inimitabile dell’acquarello…) sanno della fragilità del vetro.
Se dipendesse da me, e se vi fosse un testo teatrale per “I giochi di Norma” di Pier Antonio Quarantotti
Gambini, sceglierei Vito Matera per disegnare bozzetti e quinte e fondali per una straordinaria
ambientazione scenografica…
Allora si spiega perché il pregio più alto di questa
mostra risiede nel ruolo poetico che Matera ha saputo accreditare ed attribuire alla linea: fonderla
nel tenue e nella delicatezza col colore senza che perdesse in energia, in modo – anzi – che
acquistasse in “disegnosità” ingegnosa acquistando fantastica autonomia non divergente dalla
colorazione della scena, ma soprattutto libertà interiore e leggerezza intesa come concetto ed
“idea della pagina compiuta.
Leonardo Mancino - maggio 1986