PER VITO MATERA
Non conosco il percorso formativo di Vito Matera: non conosco, in altre parole, chi sono o
sono stati i suoi padri putativi, e si sa che gli artisti in genere sono sempre figli di molti
padri. Ma più mi capita di vedere le sue opere - a intermittenza, ahimè, a intervalli tali che
mi precludono la possibilità di tracciare per me un possibile itinerario del suo work in progress
- più mi si conferma e rafforza la primissima impressione: che fu (e resta) quella di trovarmi davanti
a una singolare, talvolta favolosa testimonianza artistica cui presiede un’esigenza quasi ludica di
esprimersi, che costituisce l’assoluta originalità di Vito Matera.
Ho a mente per esempio il ciclo dei bestiari, che rappresentò il mio primo incontro con il suo lavoro.
Quel misterioso mondo animale d’incantesimi e cabale che ricava dalla mitologia irreale e simbolica,
dalle trattazioni medioevali, dagli apocrifi di certa letteratura mistica le origini e la sua più
autentica essenza, era ribaltato, da Matera, e “modernizzato” vorrei dire, adattato cioè alla nostra
sensibilità e alle nostre capacità di ricezione, in una zoologia fantastica e azzarderei borgesiana,
dove il disegno o i colori, se si preferisce, alludevano più che rappresentavano, e dove un sospetto di
malizia, e di malizie, proponeva una partitura ricca di succhi inaspettati, nel panorama della nostra
arte figurativa.
E il successivo periodo degli oggetti di legno o di truciolato,
intagliati e ritagliati - un cavalluccio a rotelle, una sedia, una casa, una chiesina di campagna -
accentuavano quella propensione al disimpegno, persino a una certa nostalgia o ingenuità dell’infanzia
(ma, attenzione, psicologia e psicanalisi ci ammaestrano che le prime manifestazioni artistiche dei
fanciulli si traducono sì sotto forma di gioco epperò si rivelano anche come le prime manifestazioni
erotiche proprie dell’infanzia), ma al tempo stesso si configuravano come una ininterrotta festosa
sequenza di lavori preparatori che preannunciavano — e sarebbero poi confluiti in esso — l’attuale
ciclo delle “tabulae pictae”.
La definizione è dello stesso Matera: sa di bottega, intendo quella del Medio Evo dove s’andava a
imparare dal Maestro il mestiere; e sa di umiltà. Ch’è, anche questa, una caratteristica del “far pittura”
di Vito Matera. Si tratta per lo più di facciate di cattedrali romaniche (non per nulla Matera è pugliese) ma,
ancora una volta, alluse più che descritte, quasi a smitizzarne la solennità e il mistero per ricondurle a
una dimensione più quotidiana e aggiungerei più umana del sacro. E tuttavia nella loro stilizzata geometria,
nei lievi ma quanto sapienti accostamenti di colore, in quella inconsapevole indefinita e come astratta
atmosfera metafisica che le avvolge patinandole non so di quale arcana lontananza assumono un loro preciso
valore metaforico.
Rappresentano (sempre) la nostalgia dei giochi? (Ritorna il sentimento ludico accompagnato stavolta da
un’ombra d’ironia). Rappresentano il senso del divino, che un ignoto timore riverenziale tende a
ridimensionare per una più accessibile comprensione? O, come le ha definite un critico, sono “una
rivisitazione della religiosità e dell’architettura sacra diventate sogno e paesaggio incantato”?
Gli interrogativi possono moltiplicarsi: ciascuno avrebbe una risposta diversa secondo la sensibilità
(e la fantasia) di chi le contempla. A Vito Matera credo sia bastato semplicemente eseguirle, e offrircele:
forse il segreto delle sue “tabulae pictae” è nella loro leggibilità, nella loro mancanza di segreti o
misteri; forse non è necessario e non ha alcuna importanza che si attribuisca ad esse un significato: come
ogni espressione d’arte, a questi simulacri di cattedrali è sufficiente “essere”. Ecco, probabilmente,
realizzandole, Vito Matera voleva solo suggerirci questo: la sua gioia di realizzarle, la loro felicità di
offrirsi a noi.
Michele Prisco - 10 novembre 1997