Premio "Tommaso Fiore" 2001.
I TAROCCHI DELLA MURGIA DI VITO MATERA
…Vito Matera interpreta gli Arcani maggiori nella chiave di giocosità solare che gli è propria. Matera è un pittore chiarista volante sfottente sognante espressionista fumettante guizzante illustrante e ironico. Un po’ Chagall e un po’ Bueno, un po’ Pericoli ma anche Grosz. La sua mano gioiosa e voluta mente adolescenziale deforma fino alla caricatura le figure di un mondo che sembra sparito o in via di sparizione. Figure che penetrano nel riquadro del disegno da ogni angolo, di soppiatto, ora volando ora arrampicandosi ora affiorando dal nulla.
È il mondo della provincia, dove l’alba non sarà più risvegliata dai galli e dalle campane ma dove i ragazzi continuano a giocare per strada, nonostante la lotta armata della televisione e dei videogiochi, dove i contadini non scendono più ai campi a dorso d’asino o di mulo ma i trattori fanno sentire il loro crepitio, dove le discoteche rastrelleranno pure i giovani, tuttavia lasciando spazio allo struscio serale o allo stazionamento in piazza o davanti al pub. Un mondo che si evolve dunque in ragione del mutamento dei tempi ma che non potrà mai rinunciare alle sue figure, ai suoi riti, ai suoi ritmi. I Tarocchi della Murgia, che non hanno niente a che spartire con le arance di Metaponto o della Sicilia, vengono dopo Il Mercante della Murgia, che qualche anno fa Ginetto Guerricchio disegnò per descrivere con la propria mano espressionista e lirica la pietrificazione contadina ma la anche la fauna e la flora di questo strano paesaggio tosato desolato ventoso incolto e pietroso che è la Murgia altamurana. Volle raccontare l’anticamera dell’Africa maghrebina alla sua maniera. Ma in quel racconto mancava la vita del paese, mancava il raccordo tra campagna e città, tra i luoghi del silenzio e la comunità fracassona.
Un vuoto che colma oggi Vito Matera e che non tralascia alcuna componente. I bambini prima di tutto, bambini come stelle nel cielo dell’esistenza e come invito a considerare la vita un gioco senza pause. Un invito a risvegliare appunto il soggetto ingenuo che è dentro di noi, perché quel borghese affiorato sullo specchio proprio stamattina ancora sappia ritrovarsi in una processione, in un rito di tradizione, in un lavoro agreste o nelle pause di silenzio che appartengono alla natura. Poi il parroco, inquieta figura di sopravvissuto all’ecatombe delle tradizioni ma che dopo i grandi contrasti sessantottini è tornato a sedersi nella vita del paese come un papa sul soglio pontificio. Il parroco come depositario dei segreti del paese, un medico che ha il naso in tutte le case, in tutte le felicità e infelicità dei vicoli. La grande storia, ridotta qui alla quotidianità, con in testa l’imperatore Federico, ancora lui! una figura ingombrante per tutto il Mezzogiorno, il più ossequiato e venerato dopo Cristo. Federico e il suo castello ecclesiastico a doppio campanile, la Cattedrale di Altamura, Federico e la sua voglia di cacciare col falcone donne e starnoni. E così via, a seguire, con pastori sotto cieli a pecorelle nel senso letterale dell’espressione, il carro della Madonna del Buoncammino e la ruota della Misericordia, la fattucchiera, la torre dello scaricavascio e un appeso che non ha più i connotati umani, come nella tradizione dei tarocchi ma è diventato il porco, l’appeso per antonomasia nelle masserie della murgia. Una murgia che scopriamo antica, nel senso che fu abitata dai draghi non volanti e dai Ciccill, principi pezzenti vestiti da pastore. Insomma una taroccata di poveri cristi, con una localizzazione di tutte le reboanti figure della tradizione esoterica, un’operazione di riduzione dal gigantismo al minimalismo descrittivo, con la finalità di portare la storia a dimensione più umana, la commedia della murgia e dei paesi murgiani, con Altamura per protagonista e Cassano, Santeramo e Gravina per comprimari.
I disegni di Vito riproducono dunque la vita di un territorio ampio, che va da Altamura a Matera ed è proprio nei semi, qui soltanto riprodotti in quattro esemplari, ma che vi assicuro nel suo studio ci sono, nei semi maggiormente fanno notare la contiguità delle terre e delle loro tradizioni, delle loro culture, quando chiamano in causa non bastoni coppe denari e spade ma asini uva grano e colacola, i fischietti dei fratelli Loglisci e lo diciamo sottovoce, vista la ruggine che esiste tuttora tra Altamura e Gravina, i Loglisci artigiani in Gravina di Puglia.
I Tarocchi della Murgia, d’altro canto, sono pensati proprio in questa accezione, col desiderio di offrire una visione culturale omogenea, e affinché la cartomante raffigurata nella papessa sia colei che apre il registro dei fortunati e degli sfortunati e colei che semina nella notte e nel giorno della murgia i semi del destino. E se l’ulivo della luna appare allora come il grande noce di Benevento/dove le streghe si davano appuntamento/con acqua e con vento, i campi coltivati e no bucolici e georgici abbandonati silenziosi coltivati pascolati e poi la città rumorosa e parlottante, la città indagatrice tradizionalista bigotta e peccaminosa sono i grandi luoghi della vita, contenitori e metafore di un viaggio che si chiude senz’altro con la morte ma che è fortemente insaporito dal mistero.
Raffaele Nigro - 18 dicembre 2000
LA MURGIA DELL’ENFANT TERRIBLE VITO MATERA
Che si fa con le carte? Si gioca! E che ci fa Vito Matera con i tarocchi? Ci gioca!
Ecco svelato l’arcano disegno di questa simpatica operazione in cui s’incontrano, finendo con il sovrapporsi, due vecchi nuovi giochi: quello della vita, rappresentato fin troppo bene dalla fascinante simbologia dei tarocchi, e quello dell’arte, rappresentato da quell’estrosa macchina inventiva che è Vito Matera da Gravina in Puglia. E come in tutti gli incontri riusciti, i due poli in gioco non si elidono ma si potenziano vicendevolmente, in una relazione di andata e ritorno che moltiplica, evidentemente, il risultato finale, caricandolo di sicura originalità.
A giovarsi di questo risultato positivo, questa volta, è proprio la dimensione del gioco, un gioco affidato all’intelligente ironia con cui Vito fa parlare a briglia sciolta l’enfant terrible che tiene nascosto dentro la matita. Terrible, oltre che sapiente, visto che il suo pallino è quello di mettersi a ribaltare-rovesciare le leggi della realtà, a cominciare da quella di gravità.
E volano così le case, le chiese e le persone, insieme con i federiciani aironi che sbucano dal De arte venandi per attraversare il cielo del 4. E si sgangherano i paesaggi sotto una pioggia di fogli e matite volteggianti sull’onda di un raptus. E gli angeli, scombussolandosi non più di tanto, provano, nel 14, a farsi tentare da bacco, o a fare il carabiniere dentro l’8, o il postino dentro il 20.
Ma questo bambino non si limita a capovolgere le regole del gioco, perché gradisce mettersi in mezzo ed esibirsi, di persona, come fosse dinanzi ad una macchina fotografica.
In questo modo, in questo mondo, il bambino di Vito (che combacia esattamente con il nostro) riesce a fare dei tarocchi quello che sono, né più né meno: carte da gioco, signori miei, ovvero carte per giocare con i minimi e con i massimi sistemi (la terra, la forza, l’amore, la follia, il potere, per esempio), usando - ripeto- il passepartout dell’ironia, di cui sembrano del tutto sprovvisti quei personaggi, televisivi e non, che sfruttano i tarocchi per dare magiche, improbabili risposte ai mille fantasmi figliati dell’ansia umana.
Insomma, sia che stiamo dentro il 17 a sfogliare la girandola delle stelle, sia che incontriamo lo sguardo senza volto della morte presso lo stazzo del 13, sia che contiamo nubi a pecorelle nei panni del pastore solitario posto, nel 9, fra i cardi e il silenzio, sia che scopriamo l’enormità del tempo che occupa l’11 tra una quercia e un dinosauro, ricordiamoci che con tutto questo, con la vita e con la morte, si può anche giocare, e ricordiamoci che tutto questo può essere scritto -come fa Vito- con le lettere minuscole. Ricordiamoci, insomma, che per attraversare la Murgia del bene e del male è necessario, se non indispensabile, farsi un cuore bambino.
La Murgia: già, la murgia, la madre di tutti i cardi e di tutti i chianconi, metafora del paesaggio essenziale della vita, luogo dell’anima traboccante di suggestioni persino metafisiche, orizzonte primario sempre più caro a noi pugliesi, perché tra i suoi confini “giocano” simbologie così arcaiche, così vere, da farci sentire creature poggiate sulla roccia di uno spessore antropologico ancestrale, nonostante la civiltà della fretta ci avvolga dalla testa ai piedi. Murgia, quindi, come spazio privilegiato per un incontro ravvicinato tra l’uomo, la sua biologia, la sua cultura, il suo senso primordiale confinante con il regno animale e vegetale, dove il tempo è qualcosa di più che un avverbio di tempo, tra l’altro.
E così, rimodulando con ampio margine di originalità un’idea già giocata qualche anno fa dalla buonanima murgiana di Ginetto Guerricchio, Vito Matera e i pensatori di questa giocata, hanno allestito una de-vertente risposta all’inossidabile nostro bisogno ludico (un bisogno che non ha bisogno di superenalotti, canzonissime e videopoker per trovare un creativo soddisfacimento). In più, ci viene ribadito, se mai ve ne fosse la necessità, che in un mondo di carta e di carte, tra balle di carta-moneta, igienica, topografica, in mezzo ad un mucchio di carte sì, carte no e altre cards, tra diecimila carte da bollo e carte da imballo, tra vari incartamenti e numerose carte false, è necessario usare la carta del gioco, per garantirci la sopravvivenza.
Così per lo meno la pensa un complice testimone che ha spesso giocato con Vito Matera e che, per gioco, si fa pure chiamare Lino Angiuli.
Lino Angiuli - 18 dicembre 2000